Dopo più di tre anni in detenzione preventiva in relazione al caso n.440 del 2018, ieri, 1 settembre 2021, la Procura per la sicurezza dello Stato ha deferito gli imputati Abdel Moneim Aboul Fotouh, segretario del partito “Masr Alqawia” (“Egitto Forte”), il suo vice, Muhammad al-Qisas, e altri, alla Corte Penale Suprema per la sicurezza.
Le forze di sicurezza avevano arrestato il dottor Abu al-Fotouh e il suo vice, Muhammad Qisas, nel febbraio 2018, e da allora i due sono detenuti in attesa di processo. Per evitare di rilasciarli allo scadere del periodo massimo per la custodia cautelare, le autorità giudiziarie li hanno sottoposti alla pratica del tadweer (riciclaggio delle medesime accuse) in due nuovi casi negli ultimi tre anni.

CAPI D’IMPUTAZIONE

Aboul Fotouh, Al Qisas e altri sono accusati di guidare un gruppo terroristico, di finanziare organizzazioni criminali, di diffondere deliberatamente notizie false in Egitto e all'estero per promuovere attività illecite e di fare cattivo uso dei social media.


ABDEL MONEIM ABOUL FOTOUH

È un importante medico ed esponente politico. Ha ricoperto molte posizioni politiche e sindacali, fra cui quella di Segretario Generale del Sindacato dei Medici Egiziani. È inoltre un ex membro dell'Ufficio di orientamento del partito dei Fratelli Musulmani, che ha lasciato nel marzo 2011. Aboul Fotouh è famoso nello scenario politico egiziano per essere una delle figure più aperte, e si trova attualmente a capo del partito di centrosinistra “Masr Alqawia”.

Dopo la rivoluzione di gennaio, Aboul Fotouh ha annunciato la sua candidatura in opposizione ai Fratelli Musulmani riuscendo a ottenere un sostegno consistente.
Abu al-Fotouh ha subito trattamenti iniqui classificabili come violazioni dei diritti umani sin dal suo arresto. Ricordiamo in particolare la negligenza sistematica dell'amministrazione penitenziaria nel fornirgli cure mediche e il rifiuto di trasferirlo in un ospedale fuori dal carcere. La sua salute già fragile è stata aggravata dalla brutalità delle condizioni in cui è detenuto, e il diniego dei trattamenti sanitari ha peggiorato ulteriormente la situazione. Privato della possibilità di fare movimento all'aria aperta e al sole, ha anche sviluppato un’ernia del disco.

DETENZIONE PREVENTIVA E RINVIO A PROCESSO

Il regime egiziano ha sviluppato una particolare modalità repressiva nei confronti dell’opposizione politica e della società civile sfruttando le vulnerabilità esistenti nella legislazione in materia di diritti umani per aggirare i termini per la custodia cautelare e trattenere le persone a tempo indeterminato. Si tratta del cosiddetto tadweer, che consiste nell’imputare le stesse persone detenute in attesa di processo in un nuovo caso, spesso con le medesime accuse, all’avvicinarsi della data di scarcerazione (il tempo massimo per la custodia cautelare in Egitto è di due anni). Questo meccanismo permette di giustificare la proroga della loro reclusione, che di fatto prosegue a tempo indeterminato.

Il caso viene infine deferito al tribunale, e spesso ciò avviene nel momento in cui le autorità giudiziarie ritengono che il momento, le circostanze politiche e gli elementi del caso siano favorevoli all’emissione di una condanna severa.
Il caso 440 non è il primo caso deferito alla corte dopo che gli imputati sono stati incarcerati per anni. Ci sono infatti altri casi, tra cui il 1552 del 2018, denominato di “emergenza sicurezza dello stato”, che ha visto imputati il direttore del Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà, Ezzat Ghoneim, e l'avvocata Hoda Abdel Moneim con accuse molto simili a quelle del caso 440.

I TRIBUNALI DI EMERGENZA PER LA SICUREZZA DELLO STATO

Istituiti nel 2017, i tribunali di emergenza per la sicurezza dello Stato sono circuiti giudiziari ufficialmente designati a perseguire i crimini legati al terrorismo, alla sedizione, al traffico di armi e in generale che attengono all’ambito della pubblica sicurezza, ma finora vi sono stati processati quasi esclusivamente esponenti della società civile, dei media indipendenti, dei partiti e delle forze di opposizione e dei movimenti giovanili. Le accuse a loro carico attengono quasi sempre al terrorismo, ma ad un esame più approfondito dei singoli casi emerge che le fattispecie equiparate a minacce alla pubblica sicurezza corrispondono alla diffusione di notizie, dati e opinioni su giornali, siti web e sui social media, o all’impegno politico e sociale nell’ambito di organizzazioni della società civile.

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